Pentagono in crisi di fiducia: i poligrafi tornano a caccia dei leak, ma è più spettacolo che scienza
- Punto chiave 1: Il Pentagono ha sottoposto a poligrafo circa 50 funzionari, un’operazione senza precedenti nella storia militare moderna.
- Punto chiave 2: Le evidenze scientifiche confermano che il poligrafo è “pseudo‑scientifico”: i risultati non sono ammissibili in tribunale e dipendono da interpretazioni soggettive.
- Punto chiave 3: L’uso intensivo di questi test rischia di minare la morale, la trasparenza interna e il rapporto con la stampa, senza ridurre significativamente le fughe di notizie.
Rilevanza Strategica: ALTA
Agosto scorso il Pentagono ha avviato una campagna senza precedenti: circa cinquanta ufficiali e civili dello Stato Maggiore sono stati sottoposti a test poligrafici per indagare su presunte fughe di notizie riguardanti la guerra in Iran e la carenza di munizioni statunitensi. L’operazione, descritta dal New York Times come “unica nella storia militare moderna”, riaccende un dibattito secolare sul valore reale del cosiddetto “rilevatore di bugie”. In un’epoca in cui la guerra dell’informazione è al centro della strategia di difesa, la scelta di ricorrere a uno strumento più teatrale che scientifico solleva interrogativi su efficacia, legittimità e conseguenze per la cultura della sicurezza nazionale.
Origini e contesto storico delle indagini con il poligrafo
Il poligrafo è stato introdotto negli Stati Uniti negli anni ’50, inizialmente come strumento per le agenzie di intelligence durante la Guerra Fredda. La sua popolarità è cresciuta grazie a una combinazione di fascino mediatico – i famosi “detective della verità” dei thriller televisivi – e di una percezione popolare che lo rendesse infallibile. Tuttavia, già negli anni ’70 il Congresso ha avviato indagini critiche, culminate nel 2003 con il rapporto della National Academy of Sciences che ha definito il poligrafo “praticamente inutile” per distinguere la verità dalla menzogna. Nonostante ciò, l’amministrazione Trump ha riacceso l’interesse, ordinando nel 2025 una serie di test su larga scala in tutti i dipartimenti federali per “individuare le fonti di leak”. Il Pentagono, tradizionalmente più cauto rispetto ad altre agenzie, ha ora seguito l’esempio, trasformando il test in una risposta tattica a una serie di rivelazioni scomode sulla condotta militare.
Il poligrafo: scienza, teatro e implicazioni legali
Dal punto di vista tecnico, il poligrafo registra variazioni fisiologiche – frequenza cardiaca, pressione sanguigna, respirazione e conduttività cutanea – assumendo che l’inganno provochi reazioni “automatiche”. La scienza psicologica, però, dimostra che tali segnali possono essere attivati da stress, ansia o semplicemente dalla consapevolezza di essere sotto esame. Le revisioni dell’American Psychological Association (2004) e di studi successivi del 2019 hanno confermato l’assenza di un “segno fisiologico unico” associato alla menzogna. Di conseguenza, le prove poligrafiche sono ammesse in pochi stati (Georgia, Arizona, California) e solo con il consenso di entrambe le parti e l’autorizzazione di un giudice. All’interno delle agenzie di sicurezza, tuttavia, i risultati continuano a influenzare le decisioni di concessione delle clearance: un “picco” interpretato come evasivo può bloccare una carriera, anche in assenza di prove concrete di tradimento.
Impatto sulla cultura della sicurezza e sui rapporti con la stampa
L’uso massiccio dei poligrafi da parte del Pentagono ha un duplice effetto. Da un lato, crea un clima di “teatro della verità” che può indurre i dipendenti a confessare volontariamente informazioni minori per dimostrare cooperazione, alimentando un circolo vizioso di auto‑censura. Dall’altro, il ricorso a questi test è percepito come una forma di intimidazione, soprattutto quando le indagini si concentrano su giornalisti o su dipendenti che hanno fornito informazioni “scomode”. La storia recente – dal caso Valerie Plame (2003) a Chelsea Manning (2010) – mostra che le rivelazioni che mettono in discussione l’autorità presidenziale o la coesione interna suscitano reazioni più dure, mentre leak che avvantaggiano la narrazione ufficiale tendono a essere tollerati. Il nuovo approccio pentagonale rischia di spostare le risorse dalla lotta contro le minacce esterne a una “caccia alle streghe” interna, indebolendo la resilienza istituzionale proprio quando le sfide geopolitiche – dalla guerra in Ucraina alla competizione con la Cina – richiedono flessibilità e scambio di informazioni rapido.
Prospettive e Scenari
Se il Pentagono continuerà a investire in poligrafi come principale strumento anti‑leak, è probabile che la pressione psicologica riduca temporaneamente il numero di divulgazioni, ma a costo di una morale più bassa, una maggiore reticenza a condividere informazioni critiche e un deterioramento dei rapporti con i media. Parallelamente, l’inefficacia dimostrata dei test potrebbe spingere le agenzie a esplorare alternative tecnologiche, come l’intelligenza artificiale per l’analisi del linguaggio o sistemi di monitoraggio comportamentale, ma queste soluzioni sollevano anch’esse questioni etiche e di affidabilità. In un contesto in cui la guerra dell’informazione è sempre più centrale, la sfida sarà bilanciare la necessità di proteggere segreti militari con la preservazione di una cultura di fiducia e trasparenza interna. Solo una revisione critica dell’uso dei poligrafi, accompagnata da politiche di gestione dei leak più mirate e basate su evidenze, potrà garantire che la sicurezza nazionale non venga compromessa dal proprio stesso meccanismo di difesa.