Il Pentagono e i Poligrafi: teatro di deterrenza o vero scudo contro le fughe di notizie?
Negli ultimi mesi il Pentagono ha riacceso una pratica quasi dimenticata: i test poligrafici su ufficiali e civili per scovare le fonti dei leak più imbarazzanti. Circa cinquanta soggetti del Joint Staff sono stati sottoposti a questa “indagine” che, seppur spettacolare, solleva interrogativi profondi sulla sua efficacia reale e sui costi per la cultura istituzionale. L’analisi qui proposta esamina le basi scientifiche, le motivazioni politiche e le ripercussioni operative di una strategia che sembra più un atto di teatro che un vero strumento di sicurezza.
- Il Pentagono ha testato 50 ufficiali con poligrafi, un’operazione definita “senza precedenti” dal NYT.
- Studi scientifici di NAS e APA hanno classificato il poligrafo come pseudo‑scienza, più teatro che fatto.
- Le conseguenze includono calo del morale, auto‑censura e distrazione dalle vere priorità di difesa.
Rilevanza Strategica: ALTA
Il contesto storico e la scienza dei poligrafi
Fin dagli anni ’50 i poligrafi sono stati introdotti nei processi di sicurezza nazionale con la promessa di “leggere la verità” attraverso parametri fisiologici come battito cardiaco, pressione sanguigna e sudorazione. Tuttavia, le valutazioni dell’National Academy of Sciences (2003) e dell’American Psychological Association (2004) hanno concluso che non esiste una correlazione affidabile tra questi segnali e la menzogna. Il risultato è un metodo che dipende in gran parte dall’interpretazione soggettiva dell’esaminatore, più che da dati oggettivi. La letteratura accademica del 2019 ha confermato queste conclusioni, sottolineando l’alto tasso di falsi positivi e negativi. In pratica, un individuo può “sudare” per stress, paura o semplicemente per l’ambiente della stanza, senza alcun legame con la disonestà. Questa incertezza è il motivo per cui i risultati dei poligrafi non sono ammissibili nella maggior parte dei tribunali statunitensi, ad eccezione di pochi stati che ne consentono l’uso solo con consenso esplicito e supervisione giudiziaria. Nonostante ciò, le agenzie di intelligence continuano a usarli come filtro psicologico: un “picco” osservato può bloccare una clearance o spingere il candidato a rivelare dettagli non richiesti, trasformando il test in un meccanismo di pressione più che di verifica.
Le motivazioni politiche dietro la campagna del Pentagono
L’attuale ondata di test poligrafici è parte di una più ampia strategia bipartita di contenimento dei leak. Sotto l’amministrazione Trump, nel 2025, fu emanato un ordine per estendere i test a tutto il ramo esecutivo, con l’obiettivo di “identificare e punire” le fonti di informazioni non autorizzate. Il Pentagono ha ripreso questa logica, limitando l’accesso non accompagnato dei giornalisti, revocando spazi di ufficio a testate critiche e favorendo canali mediatici allineati ideologicamente. Il risultato è un clima di autocensura dove la paura di un eventuale poligrafo supera la volontà di denunciare inefficienze o abusi interni. Il caso emblematico dei leak sulla guerra in Iran e sulla scarsità di munizioni statunitensi ha mostrato come le autorità preferiscano “teatro investigativo” piuttosto che affrontare le cause strutturali dei problemi. Inoltre, la selezione dei leak da perseguire è altamente politicizzata: le rivelazioni che mettono in luce disfunzioni interne o imbarazzano alti funzionari ricevono una risposta più aggressiva rispetto a quelle che, sebbene non autorizzate, servono agli interessi strategici del governo.
Conseguenze operative e prospettive future
L’impatto immediato della campagna poligrafica è duplice. Da un lato, il numero di leak visibili è diminuito, ma ciò è più attribuibile a un effetto di “chilling” che a una reale riduzione delle fughe di notizie. Dall’altro, la pratica ha eroso la fiducia interna: gli ufficiali percepiscono il test come una forma di intimidazione, con conseguente calo del morale e della disponibilità a condividere informazioni critiche all’interno dell’organizzazione. Studi di psicologia organizzativa dimostrano che ambienti eccessivamente sorvegliati riducono la comunicazione efficace, compromettendo la capacità di adattarsi rapidamente a minacce emergenti. In termini di risorse, il Pentagono ha spostato personale e budget verso la logistica dei test, distogliendo attenzione da investimenti più urgenti come l’intelligenza artificiale per l’analisi dei dati. Sebbene alcune ricerche promettano sistemi basati su IA per la rilevazione della menzogna, la tecnologia è ancora lontana dall’essere operativa e affidabile. Per il futuro, le forze armate dovranno valutare se il costo psicologico e operativo dei poligrafi giustifica i benefici marginali. Una possibile alternativa sarebbe potenziare i canali di whistleblowing protetti, migliorare la cultura della trasparenza e investire in metodi di analisi comportamentale più scientifici. Solo così si potrà trasformare la lotta ai leak da uno spettacolo di teatro a una vera strategia di resilienza istituzionale.