L’assenza americana al vertice di Bruxelles sulla protezione dei civili: un vuoto strategico
Negli ultimi tre anni il Dipartimento della Difesa statunitense ha guidato un ambizioso sforzo internazionale per ridurre i danni collaterali in guerra, creando standard condivisi con i partner europei. Con la nomina di Pete Hegseth a Segretario della Difesa, quel percorso è stato improvvisamente interrotto: il programma “Civilian Harm Mitigation and Response” (CHMR) è stato ridotto a una manciata di funzionari e la delegazione americana ha deciso di non partecipare al summit di Bruxelles. L’assenza degli Stati Uniti non è solo simbolica; segna un cambiamento di rotta che potrebbe compromettere le vittime civili in conflitti attivi, dal Medio Oriente al Sahel.
- Il ritiro del programma CHMR dagli USA indebolisce la capacità di raccogliere dati sui danni civili in tempo reale.
- La NATO, il Regno Unito e i Paesi Bassi stanno assumendo la leadership per mantenere il dialogo internazionale.
- Le conseguenze operative includono un aumento previsto delle vittime civili nei futuri interventi aerei, soprattutto in Iran e Siria.
Rilevanza Strategica: ALTA
Il fallimento del programma CHMR negli USA: cause politiche e impatti operativi
Il CHMR, istituito nel 2022, prevedeva la creazione di un centro specializzato per la raccolta di dati sui colpi e l’inserimento di consiglieri di mitigazione nei comandi regionali. La sua esistenza è stata una risposta diretta alle critiche internazionali per le vittime civili in Afghanistan e Iraq. Tuttavia, la nomina di Hegseth ha portato a una revisione ideologica: ha definito le regole di ingaggio “woke” e ha ordinato una riduzione del personale da quasi 200 a poco più di 20 operatori. La decisione è stata motivata da una visione di “efficienza” che ignora la dimensione umanitaria, ma ha anche rispecchiato la pressione politica interna per ridurre i costi e limitare l’intervento statunitense all’estero. Operativamente, la perdita di una struttura centralizzata rende più difficile tracciare gli errori, valutare le cause di danni collaterali e fornire risarcimenti rapidi. Senza dati affidabili, le forze armate rischiano di ripetere gli stessi errori, alimentando il risentimento locale e minando la legittimità delle missioni future.
La risposta europea: la NATO e il Regno Unito pronti a colmare il vuoto
Mentre Washington si ritira, la NATO ha rafforzato il proprio impegno per la protezione dei civili, integrando elementi del modello americano nel proprio quadro di riferimento. Il Regno Unito, spinto da gruppi di advocacy come il Ceasefire Centre for Civilian Rights, sta elaborando una normativa nazionale che replica i principi CHMR: tracciamento sistematico, investigazione indipendente e meccanismi di riparazione. I Paesi Bassi, co-fondatori del gruppo internazionale, hanno assunto il ruolo di coordinatori delle sessioni di scambio best practice, garantendo continuità al dialogo. La diversità dei partecipanti al summit di Bruxelles – dall’Austria alla Norvegia – dimostra che la protezione dei civili è diventata una priorità trasversale, non più legata a una singola potenza. Questo spostamento di leadership potrebbe rendere le politiche più resilienti alle fluttuazioni politiche interne di un singolo Stato, ma richiede una cooperazione più stretta e standard condivisi per evitare “norme a due velocità” tra gli alleati.
Prospettive future: rischi di escalation e la necessità di una leadership condivisa
L’assenza americana non è un semplice vuoto amministrativo; ha implicazioni strategiche a lungo termine. Senza la capacità di monitorare e mitigare i danni civili, le forze alleate potrebbero affrontare una crescente ostilità da parte delle popolazioni colpite, alimentando radicalizzazioni e reclutamenti di gruppi estremisti. Inoltre, la percezione di un “doppio standard” – gli Stati Uniti che continuano a condurre operazioni aeree ma non partecipano a forum di responsabilità – può indebolire le alleanze tradizionali e favorire la diffusione di narrative anti‑occidentali. Per contenere questi rischi, è indispensabile che la NATO formalizzi un meccanismo di supervisione multilaterale, includendo osservatori indipendenti e garantendo trasparenza nei rapporti post‑operazione. Un impegno congiunto di tutti i membri, supportato da risorse finanziarie dedicate, potrebbe trasformare il CHMR da progetto “americano” a standard globale. Solo così la comunità internazionale potrà evitare che la protezione dei civili diventi un “cambio di guardia” temporaneo, piuttosto che un principio radicato nella condotta della guerra.