Il conflitto in Iran rischia di riscrivere le regole dell’energia e del clima: la chiusura dello Stretto di Hormuz come nuovo spartiacque
- Punto chiave 1: La chiusura temporanea dello Stretto di Hormuz ha spinto i governi verso fonti fossili più inquinanti, aumentando le emissioni di CO₂ di circa 0,3 Gt nel 2024.
- Punto chiave 2: L’aumento dei prezzi del petrolio ha accelerato la deforestazione nei paesi in via di sviluppo, dove il carbone e i biocarburanti sono diventati “soluzioni rapide”.
- Punto chiave 3: Le tensioni geopolitiche stanno erodendo la fiducia nelle negoziazioni climatiche internazionali, minacciando gli obiettivi di Parigi.
Rilevanza Strategica: ALTA
Sei mesi fa la guerra tra l’Iran e la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha provocato la chiusura temporanea dello Stretto di Hormuz, una delle vie marittime più strategiche al mondo, responsabile di circa il 20 % del consumo globale di petrolio. Oggi, a più di un anno di conflitto, gli effetti si avvertono non solo sui mercati energetici, ma anche sul clima globale: l’aumento dei prezzi del carburante ha spinto governi e imprese verso fonti più inquinanti, mentre la pressione geopolitica sta indebolendo la cooperazione internazionale sul cambiamento climatico.
1. Impatto immediato sui mercati energetici e sulle emissioni
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha provocato un picco dei prezzi del Brent, che ha toccato i 115 USD al barile nel primo trimestre del 2024. Le nazioni dipendenti dal petrolio del Golfo, dall’Europa all’Asia, hanno dovuto ricorrere a scorte strategiche e a forniture alternative, principalmente da Russia e Stati Uniti. Questo spostamento ha avuto due conseguenze dirette:
- Ritorno al carbone: Paesi come la Germania e la Corea del Sud hanno riattivato centrali a carbone per compensare la perdita di approvvigionamento, generando un incremento stimato di 0,2 Gt di CO₂.
- Biocarburanti “di scarto”: Alcuni governi in via di sviluppo hanno accelerato l’uso di biocarburanti derivati da colture alimentari, un’opzione più economica ma altamente impattante sul suolo e sulla biodiversità.
Secondo l’International Energy Agency (IEA), le emissioni globali di CO₂ nel 2024 potrebbero superare le previsioni di 0,3 Gt rispetto al 2023, un “setback” che annullerà quasi tutti i progressi registrati negli ultimi due anni.
2. Effetti collaterali sull’ambiente: deforestazione e perdita di biodiversità
L’aumento della domanda di biocarburanti ha spinto gli agricoltori di Brasile, Indonesia e Africa centrale a convertire foreste pluviali in piantagioni di palma da olio e canna da zucchero. Le stime del World Resources Institute indicano una perdita di 1,2 milioni di ettari di foresta entro la fine del 2024, con un impatto di circa 0,1 Gt di CO₂ immagazzinati persi per sempre.
Parallelamente, la maggiore dipendenza dal carbone ha intensificato l’inquinamento atmosferico nelle regioni industriali, con un aumento dei PM2.5 del 12 % in città come Pechino e Delhi. Questi effetti sanitari, sebbene meno visibili rispetto al prezzo del carburante, rappresentano un costo economico e umano che persisterà ben oltre la fine del conflitto.
3. Rischio di un “climate deadlock” nelle negoziazioni internazionali
Le tensioni geopolitiche hanno già influito sui tavoli di negoziazione climatica. La Conferenza delle Parti (COP) di Dubai, prevista per il 2025, rischia di trasformarsi in un “climate deadlock”, con le potenze occidentali che chiedono sanzioni più dure contro l’Iran, mentre i paesi emergenti temono ulteriori pressioni sui prezzi dell’energia.
Il segnale è chiaro: la sicurezza energetica è tornata a essere la priorità assoluta, relegando gli impegni climatici a un secondo piano. Se i governi non riusciranno a garantire una transizione energetica resiliente, la credibilità degli accordi di Parigi potrebbe svanire, lasciando il mondo senza un quadro condiviso per ridurre le emissioni.
Prospettive e Scenari
Guardando al futuro, tre scenari si delineano chiaramente. Nel migliore, la diplomazia riesce a riaprire lo Stretto di Hormuz entro i prossimi sei mesi, consentendo una graduale normalizzazione dei prezzi e una riduzione delle misure di emergenza basate su carbone e biocarburanti. Nel più probabile, la chiusura parziale persisterà, spingendo i governi a investire rapidamente in capacità di energia rinnovabile e a introdurre meccanismi di compensazione delle emissioni più rigorosi. Nel peggiore, l’escalation militare prolungata farà sì che le emissioni rimangano elevate per anni, indebolendo irreparabilmente la cooperazione climatica e accelerando la perdita di biodiversità. In tutti i casi, la lezione è univoca: la sicurezza energetica e la lotta al cambiamento climatico non possono più essere gestite separatamente; la loro interdipendenza definirà le politiche globali dei prossimi decenni.